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Quando un bambino con DSA soffre d’ansia

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I disturbi d’ansia sono una categoria di disturbi che riguardano la paura immotivata per una determinata situazione o evento. Un minimo di ansia nella vita di tutti i giorni ci permette di reagire prontamente agli eventi poiché, se transitoria e proporzionata agli eventi, permette un buon adattamento. L’ansia quindi non sempre costituisce un limite o una patologia, ma è quasi sempre una risorsa e ci protegge dai rischi. Ci sono però dei casi in cui l’ansia diventa eccessiva, ingiustificata e sproporzionata rispetto alla situazione che ci angoscia; essa diventa invalidante e influisce negativamente sulla vita di tutti i giorni, diventando così patologica e provocando negli individui sentimenti costanti di tensione e irritabilità insieme ad alterazioni fisiologiche e comportamentali.

I disturbi d’ansia, a differenza di quanto si credeva in passato, costituiscono una patologia comune anche in età evolutiva, e si stima che un terzo degli adolescenti soddisferà i criteri per un disturbo d’ansia (MeriKangas et al., 2010).

DSA e disturbi d’ansia

Possono spesso presentarsi insieme ad altre difficoltà e/o disturbi del neurosviluppo. In particolare, DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) e ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e/o Iperattività) nei bambini sono condizioni che possono portare più frequentemente a stati ansiosi: è stato infatti dimostrato che i disturbi dell’umore hanno un’incidenza due volte maggiore negli individui con DSA e una tripla incidenza dei disturbi d’ansia rispetto ai coetanei non DSA (Goldston et al., 2007). I disturbi specifici dell’apprendimento possono, infatti, sfociare in disturbi internalizzanti, e l’ansia è la conseguenza più frequente. Non sempre ci sono tutti i criteri per diagnosticare un disturbo d’ansia, ma può essere presente ugualmente una sintomatologia ansiosa da tenere sotto controllo, poiché se non trattata può cronicizzarsi in un disturbo d’ansia.

In generale, l’ansia nei bambini può manifestarsi nella vita di tutti i giorni, ma possono esserci delle situazioni specifiche in cui tende a manifestarsi con più frequenza, come la scuola e le relazioni con i pari. Si può, allora, comprendere quanto i disturbi d’ansia siano frequenti anche nei bambini, che però molto spesso si affidano alla componente somatica, trovando difficoltà nello spiegare ciò che provano, perché non riescono a identificarlo. Importante risulta così l’intervento dei genitori in un’attività di nominazione e spiegazione di ciò che il bambino sta provando, in modo tale da aiutarlo a riconoscere l’emozione nel momento in cui la sta provando. Riconoscere l’ansia e darvi un nome, tranquillizza già il bambino, che quando non sa cosa lo affligge si agita ancora di più.

In particolare, il bambino con DSA può provare un senso di inadeguatezza durante lo svolgimento di un compito: questo può portare ad una sempre più crescente ansia da prestazione e a bassa autostima che, se non trattate, possono portare il bambino ad autoescludersi da qualsiasi situazione sociale per paura di fallire ed essere giudicato dagli altri. Di rilievo, pertanto, il circolo dell’impotenza appresa: a causa dei continui fallimenti scolastici dovuti alle difficoltà dei DSA, il bambino sviluppa un’immagine negativa di sé, che può essere rinforzata da svalutazioni e commenti esterni. Ciò porta il bambino a percepire il suo sforzo come inutile e a non impegnarsi, soprattutto nel contesto scolastico. Da qui è evidente come nei DSA, l’ansia sia maggiormente legata al contesto scolastico e quindi può sfociare nella fobia scolare. Statisticamente, infatti, il 40% dei soggetti con DSA abbandona la scuola, con un numero sei volte maggiore rispetto ai coetanei non DSA. I sintomi relativi all’ansia scolastica sono, inoltre, presenti nel 70% dei bambini con difficoltà di apprendimento (Daniel et al, 2006; Nelson & Harwood, 2013). Il bambino vive con profonda angoscia la scuola e può presentare dei sintomi fisici legati a questo malessere, come dolori addominali e cefalee, che spesso tendono a diminuire nel fine settimana o in prossimità delle vacanze (Fremont, 2003).

Il terapeuta, oltre al trattamento del DSA, deve svolgere, se opportuno, anche un lavoro emotivo. È importante che lo psicologo suggerisca ai genitori del bambino come applicare tecniche di rinforzo e inibizione: attraverso il parent training, i genitori imparano a rispondere alle richieste del figlio senza rinforzarne le paure, ma anche a modulare le proprie paure che, se eccessive, possono essere trasmesse al bambino. Importante, inoltre, è aiutare i bambini a riconoscere l’ansia, a capire cosa la provoca, a sviluppare abilità di coping e valutare così i risultati, ciò attraverso anche strategie cognitive quali l’auto-osservazione, l’automodificazione, l’autovalutazione e l’autoricompensa (James et al., 2013). Ai bambini viene insegnato a individuare i loro pensieri e a reagire alle situazioni che causano ansia con più obiettività, per affrontarle meglio.

Altro metodo è costituito dalle tecniche di rilassamento: si insegna al bambino come rilassare il corpo e i muscoli e come respirare per lasciare andare via metaforicamente fuori i pensieri spiacevoli (Huebner, 2013).

Il bambino ansioso può chiedere continue rassicurazioni e gratificazioni. Chiedendo continuamente di essere rassicurato, questi non riuscirà ad essere auto-efficace e cercherà sempre più conferme e rassicurazioni, per essere completamente sicuro che ciò che fa va bene o che ciò che fa non è pericoloso. Ciò allevia l’ansia solo momentaneamente, ma a lungo termine la alimenta perché il bambino tenderà a ricercare sempre più conferme esterne. È fondamentale che i genitori riescano ad essere d’aiuto in tutte quelle situazioni che causano al bambino angoscia, prendendosi cura del figlio in modo attivo ed in collaborazione con gli esperti. Può essere utile, ad esempio, gratificare il figlio non soltanto quando raggiunge dei risultati positivi, ma anche quando si sforza per raggiungerli, premiando così l’impegno e motivandolo a fare sempre meglio. Ovviamente, ciò che viene premiato deve anche essere proporzionato all’età del bambino.

Per concludere, dato che i DSA possono sfociare in disturbi internalizzanti, è fondamentale nel trattamento fare anche un lavoro emotivo, per arginare una sintomatologia che col tempo potrebbe accentuarsi e portare il soggetto a isolarsi e a credere che non ci sia un futuro a causa dei propri limiti e fallimenti.

Al Cedap di Palermo e Bagheria è possibile intervenire su soggetti con questi disturbi attraverso un percorso basato sulla psicoterapia ACT.

Articolo di

Sara Muratore, CEDAP

Bibliografia

Daniel, S. S., Walsh, A. K., Goldston, D. B., Arnold, E. M., Reboussin, B. A., & Wood, F. B. (2006). Suicidality, School Dropout, and Reading Problems Among Adolescents. Journal of Learning Disabilities, 39(6), 507–514.

Fremont, W. P. (2003). School refusal in children and adolescents. American Family Physician, 68 (8), 1555-1561.

Goldston, D.B., Walsh, A., Mayfield Arnold, E., et al. (2007). Reading problems, psychiatric disorders, and functional impairment from mid to late adolescence. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 46, 25-32.

Huebner, D. (2013). Anche tu ti preoccupi troppo?: Guida per tipi svegli. Trento: Erikson.

James, A.C., James, G., Cowdrey, F.A., Soler, A., & Choke, A. (2013). Choke cognitive behavioural therapy for anxiety disorders in children and adolescents. The Cochrane Database of Systematic Reviews, 6.

Merikangas, K.R., He, J., Burstein, M. Swanson, S.A., Avenevoli, S., Cui, L. et al. (2010). Lifetime prevalence of mental disorders in US adolescents: Results from the National Comorbidity Study Replication-Adolescent Supplements (NCSA). Journal Of American Academy of Child and Adolescent Psychistry, 49, 980-989.

Nelson, J. M., & Harwood, H. (2011). Learning disabilities and anxiety: a meta-analysis. Journal of learning disabilities, 44(1), 3–17.